Sul Fermare e sul Registrare. Due approcci fotografici.

by • 2 Dicembre 2011 • Focus, FotografiaComments (1)1179

Desideravo fermare tutte le cose belle che mi si presentavano davanti, e finalmente questo desiderio è stato soddisfatto.
Julia Margareth Cameron

Guardando le ultime tendenze della fotografia, con un mercato che propone macchine digitali che fanno video, registrano il sonoro e ora scattano in un automatico time-laps 60 fotogrammi, mi sono chiesta cosa sia rimasto della -vecchia- concezione della fotografia.

Il digitale ha già eliminato la vecchia definizione scientifica: una fotografia non è più un’immagine impressa su un supporto grazie all’azione di luce e sali d’argento. E’ un’immagine creata da numeri, da bit, da pixel insomma, che un computer deve processare e ri-creare.

Le immagini sono statiche, o meglio, lo erano fino a ieri. Oggi l’immagine statica e bidimensionale sembra non bastare più. Il che è assurdo, se si calcola quante fotografie ogni giorno, ogni momento, vengono scattate in ogni parte del mondo. Il nostro mondo, forse, ha bisogno di altro. Di immagini che diventino movimento, che inglobino altro, quasi a significare che la sintesi fotografica non basti più. Ho pensato e ripensato a questo negli ultimi giorni, da quando la Nikon ha pubblicizzato il suo nuovo prodotto, la Nikon 1.
Queste fotocamere non si limitano a “scrivere” con la luce: esse, ridefinendo di fatto il concetto di fotografia, consentono di manipolare sia la luce che il tempo, per cogliere quei brevi momenti – spesso ricchi di significato ma, fino ad oggi, mai raccontati – precedenti e successivi lo scattosi legge sul sito di Nital.

Non pensate male: mi piace andare avanti. Mi piacciono i cambiamenti e gli stravolgimenti, mi piace pensare ad un mo(n)do nuovo nella fotografia.

E’ che ho un sospetto. Ed è che, dato per buono che siamo nel secolo dell’immagine, dato per buono che siamo bombardati di immagini, e che l’analfabeta del futuro sarà chi non conosce la fotografia (W. Benjamin), la mia paura è scoprirmi in un mondo popolato da analfabeti dell’immagine che hanno bisogno di una spettacolarizzazione anche greve per poter “godere” appieno dell’immagine. Che altrimenti passa inosservata.

Ora, abbiamo tante correnti sull’approccio fotografico. Ci sono fotografi che son tornati indietro, con le Lomo o le Polaroid, altri che si ostinano a rimaner rinchiusi nei bagni con la lucetta rossa a stamparsi le foto, altri che si son buttati a capofitto sul 3D o sull’HDR, sulla Phonografia (foto con telefonino), o sul movimento, come le cinemagraph di Jamie Beck o gli ultimi lavori di Reynaud, con le gif animate. C’è chi fa foto “antiche” con apparecchi ultramoderni, foto che spacciano per “nuove” ma che attingono a effetti di pellicole che son sparite da almeno vent’anni, trasposizioni in b/n, didascalie lunghe come un libro, il cut out o il tilt shift (simulazione di profondità di campo) eccetera eccetera. Ok, va tutto bene. E’ una questione di tecnica. E di gusto: la poeticità non è sempre alla portata di tutti. A volte è solo un cercare di dare senso a un qualcosa che di per sé non lo ha.

Proprio per l’alta possibilità di scelta sembra essersi creato un cortocircuito nel quale si è già passati con l’arte contemporanea: tutto è arte, niente è arte. Che è l’approccio più sbagliato e deleterio che si possa assumere. Da spettatore io voglio poter scegliere, e devo poterlo fare, consapevole di quella grammatica visiva che le fotografie ( o le opere d’arte) ci hanno insegnato a leggere e comprendere. Ma nel marasma di tecniche lo spirito critico della maggior parte delle persone va a farsi benedire. A rimetterci, ovviamente, è la fotografia. Che, esautorata di un proprio codice interno, si apre incondizionatamente agli altri medium, perdendo proprio le peculiarità che invece la caratterizzano e che ci hanno fatto innamorare di lei.

Credo che il fulcro del ragionamento sia intorno alle due nozioni di FERMARE e di REGISTRARE.

Fermare il tempo significa riempire l’immagine congelata di un momento di significato. Che diventa automaticamente sintesi estrema contemporaneamente di un periodo, del momento esatto, della persona o dell’oggetto ritratto, di una situazione.

Volevo soprattutto cogliere, nei limiti di una fotografia, tutta l’essenza di una situazione che si stava svolgendo davanti ai miei occhi.
Henry Cartier-Bresson

Con la fotografia si ferma la vita nell’atto in cui viene vissuta. 

Se si registra la vita, i canoni sono altri. L’istantaneità del mezzo perde di significato, ogni momento puo’ esser buono, interessante, ma senza un inizio e una fine “giustificati” dall’autore viene svuotato del contenuto. La registrazione passa, è automatico, il nostro cervello funziona così. La fotografia ci aiuta a fermare un’immagine. Se si muove, ecco che viene meno la sua funzione di traccia del passato, segno del tempo o significato della memoria.

Un inizio e una fine condensati in un unico momento possono raccontare molto di più di un intero film. Un autore deve avere la capacità di cogliere il momento senza errori o possibilità di scelta: o si è bravi, o non lo si è. Con la Nikon 1, ci si ritrova con una serie di immagini prima e dopo lo scatto che forse fanno perdere il senso di quell’istante pieno di un significato che contiene già in sé il prima e il dopo.

La vita appare sempre pienamente presente lungo l’epidermide del suo corpo: vitalità pronta per essere spremuta intera nel fissare un istante, nel registrare un breve e stanco sorriso, una contrazione di una mano, la comparsa momentanea del sole attraverso le nubi. E nessuno strumento, tranne la macchina fotografica, è in grado di registrare queste reazioni complesse ed effimere e di esprimere tutta la maestà del momento. Nessuna mano puo’ esprimerla, perché il cervello non è capace di trattenere l’immutata verità di un momento quanto basti per permettere alle lenti dita di annotare masse enormi di particolari ad esso attinenti. Gli impressionisti cercarono invano di arrivare a questa notazione. Ciò che infatti si sforzavano, più o meno consapevolmente, di mostrare con i loro effetti di luce era la verità dei momenti;l’impressionismo ha sempre tentato di fissare il miracolo del qui, dell’adesso. Ma mentre erano occupati ad analizzare, gli sfuggivano gli effetti momentanei della luce; e la loro “impressione” è di solito una serie di impressioni sovrapposte l’una all’altra. Stieglitz fu più accorto. Si rivolse direttamente allo strumento fatto per lui.
Paul Rosenfeld

Poi, ognuno è libero di sperimentare con i nuovi prodotti, che mischiano le tecniche e creano un nuovo approccio. Però. Ecco. Andando qui troverete i lavori di Reynaud. Immagini in .gif che sovrappongono tanti istanti. Per carità, “Belle”. “Poetiche”. “Evocative”. Ma, fotograficamente, abbastanza inutili. Non trovate?

 

© mikelaptev – Fotolia.com
Henri Cartier-Bresson (1908 – 2004) – Gestapo Informer, Dessau, Germany, 1945
Pin It

Related Posts

Comments are closed.