150 anni di fotografia italiana (con qualche anno in più)

by • 17 Marzo 2011 • Focus, Fotografia, ProtagonistiComments (0)2636

Era il 1852 ed a Firenze apriva la Fratelli Alinari: Leopoldo Alinari (1832-1865) e i fratelli Giuseppe (1836-1890) e Romualdo (1830-1890) danno inizio all’azienda più antica di fotografia in quella che ancora non era a tutti gli effetti Italia. Le loro immagini erano dei monumenti più famosi e la loro copertura divenne in pochissimo tempo capillare, facendo vedere al mondo le bellezze del nostro paese. Si dice che in Italia venne prima una patria “culturale”, poi quella “politica”: le fotografie dell’Archivio degli Alinari, tra i più vasti al mondo, fanno vedere questo. I monumenti si stagliano in città fantasma, dove le tecnologie dell’epoca non consentivano di cogliere il movimento: le poche figure umane erano impresse solo se in pose immobili…possibile metafora, quella di un popolo fantasma che doveva prendere coscienza di sé come italiani, mentre il Paese era lì, sotto i loro piedi, ad aspettare la manifestazione della sua gente.

Oggi gli archivi sono disponibili a tutti, grazie al sistema di ricerca on-line che permette di consultare una selezione di circa 320.000 immagini sia dei propri Archivi che degli archivi rappresentati da Alinari.

Ma non c’erano solo gli Alinari, questo periodo (dal 1850 in poi) è caratterizzato dall’apertura di vari studi fotografici: a Torino Semboche, Montabone e Boglioni; a Roma D’Alessandri, Anderson, Cuccioni e Macpherson; a Firenze oltre gli Alinari i Brogi; a Venezia Sorgato, Ponti e Perini.

La veduta è il genere più prolifico, ma la nascita dell’Italia, la spedizione dei Mille e le loro gesta sono immortalate nelle immagini al collodio: è il 1862 e Alessandro Pavia inizia a riprendere i componenti dei Mille, seguendoli per i cinque anni successivi; mentre se il genere delle carte da visita di origine francese (i ritratti, per intenderci) negli altri paesi danno inizio ad una massificazione della fotografia, in Italia sono “istituzionali”, ritraevano cioè personaggi ufficiali conosciuti, creando fin da subito il culto delle personalità famose come esempi da seguire o sbertucciare.

Il pittorialismo è il genere principe, caratterizzato da origini pittoriche appunto, dove il soggetto era posto al centro dell’inquadratura, frontale, con l’orizzonte posto leggermente sotto al centro dell’inquadratura: è evidente la derivazione pittorica.

Ancora un decennio ed ecco che le migliorie evidenti della fotografia giocano un ruolo importante nel racconto della storia: i generi si cristallizzano in ritratti, pittorialismi e i primi reportage. Due i fotografi più importanti del periodo: Giuseppe Morpurgo e Giuseppe Primoli.

Sono oltre dodicimila le immagini che ci sono arrivate da Primoli (1851-1927); letterato frustrato dal suo poco genio, trasponeva in immagini le storie che avrebbe voluto scrivere: personaggi e rituali della classe di appartenenza (era di origini nobili) come tornei, concorsi ippici ecc. e contemporaneamente immagini di popolani che non vanno oltre le scene di genere.

La particolarità di Morpurgo (1866-1971) è invece quella di riuscire a raccontare scene di vita quotidiana con un occhio particolarmente sensibile alla costruzione delle scene, unendo un particolare interesse per le realtà sociali ritratte.

Durante il ventennio fascista l’attenzione per la propaganda e il culto dell’immagine fa sì che le immagini si moltiplichino e raccontino le gesta del duce e del suo governo. Contemporaneamente nasce un forte controllo per la circolazione delle immagini: unificazione delle genti italiche per immagini e amor di patria sotto l’immagine del duce, il tutto controllato dell’Istituto LUCE, preposto proprio alla divulgazione dell’immagine che il fascismo intende fornire di sé.

In arte è il periodo del Futurismo, che con Anton Giulio Bragaglia rende in fotografia le ricerche specifiche sul movimento e nell’ambito del Bauhaus nasce il “gruppo dei 7” a Milano nel 1926. La grafica entra in campo, è del 1933 la rivista “Campo Grafico” che raccoglie immagini fotografiche di Franco Grignani, Albe Steiner e Bruno Munari.

La guerra e la resistenza fecero nascere un nuovo genere, quello della fotografia spontanea, istantanee catturate da soldati che sentirono l’esigenza morale di fotografare le atrocità che gli si presentavano davanti. Ando Gilardi, lo storico italiano della fotografia, ci ha regalato a questo proposito le pagine più commoventi raccontandoci degli Alpini che con la loro Leica ghiacciata marciavano verso la morte

Il 1 giugno del 1939 nasce un nuovo settimanale, “Tempo”, equivalente italiano di “Life”, impaginato da Bruno Munari. Tra i vari collaboratori, il fotografo Federico Patellani.

Patellani (1911-1973) collabora con la rivista inviando immagini della guerra in Africa, creando dei fototesti, servizi giornalistici in cui le immagini hanno un valore autonomo rispetto al testo che ha la funzione di dare notizie complementari. I suoi fototesti raccontano della guerra, delle bombe su Milano, della costruzione della Repubblica e della ricostruzione del dopoguerra. Con lui nasce ufficialmente la moderna tradizione del fotogiornalismo, con fotografi del calibro di Enzo Sellerio, Fulvio Roiter e Gianni Berengo Gardin.

Negli anni ’60 si assiste allo sviluppo della fotografia come la conosciamo oggi, con una vitalità che abbiamo però dimenticato: grazie alle grandi mostre che introducono una cultura fotografica internazionale (Cartier-Bresson, Bischof, Steichen) e nascono associazioni che producono cultura e dibattito, oltre a grandissimi esponenti ancora attuali, come Piergiorgio Branzi, Gianni Berengo Gardin, Carla Cerati, Mario Giacomelli, Italo Zannier, Ando Gilardi, Franco Fontana in un elenco alla rinfusa che ne raccoglie i maggiori esponenti del periodo.

Si arriva così agli anni ’70, con i due fronti contrapposti derivati dalla tradizione fotogiornalistica accennata sopra e i lavori di Ugo Mulas che catalizzeranno poi l’approccio fotografico di Mario Cresci, Luigi Ghirri e Mimmo Jodice.

Oggi la fotografia italiana ha ancora la possibilità di grande sviluppo. Negli anni ’80 inizia la vera globalizzazione, nomi come quelli sopra citati approdano nei più importanti musei del mondo, i reportage dei fotografi italiani si attestano tra i primi in tutti i più prestigiosi concorsi, creando non una scuola ma vera e propria ma singoli autori che diventano grandi esempi per tutti.

Ogni anno, tanto per citare il premio più importante (con tute le sue contraddizioni, proteste e scelte azzeccate) il Word Press Photo porta nel suo racconto dell’anno passato fotografie di italiani, e quest’anno sono stati premiati Riccardo Venturi, Stefano Unterthiner, Marco Di Lauro, Massimo Berruti, Daniele Tamagni, Davide Monteleone, Ivo Saglietti, Fabio Cuttica.

Approfondimenti

Alinari
Fototeca Gilardi
World Press Photo

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